Lo scorso 8 marzo l’Economist Intelligence Unit ha pubblicato l’Indice di opportunità economiche delle donne. I Paesi sono stati classificati in base alla capacità di mettere le donne nelle condizioni ideali per accedere al mondo del lavoro: al primo posto la Svezia; al numero 128, l’ultimo, c’è il Sudan.
C’è però un dato che mi colpisce: nel mondo, quasi la metà delle donne in età lavorativa non è al momento occupata. Evidentemente il costante dibattito, almeno nei Paesi sviluppati, su come creare pari condizioni di impiego e favorire l’imprenditorialità femminile, su quali siano le leggi più idonee a mettere le donne in condizione di competere con gli uomini non è ancora sufficiente.
Credo che, accanto alle leggi, siano importanti anche i simboli. Si pensi al significato che l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca ha avuto presso la popolazione di colore, negli Stati Uniti e nel mondo. In modo simile, credo che le figure femminili forti e determinate, che riescono a raggiungere posizioni di rilievo nella società civile, siano un esempio prezioso.
Mi è tornato in mente il caso di Christine Lagarde, di cui ho parlato recentemente, ma gli esempi, per fortuna, non mancano. Dare visibilità anche (ma non solo) mediatica a certi successi “al femminile”, quindi, non è per nulla retorico. La strada – lo dicono i dati – è ancora lunga. E ogni caso positivo può rappresentare un aiuto, morale ma concreto, alle donne in difficoltà.
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