November 3, 2015

Tecnologie e human engagement

Economia

È recente la pubblicazione dei dati Ocse del rapporto su istruzione e competenze informatiche, basato sui dati dell’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) del 2012. Lo studio porta alla luce una considerazione tanto semplice quanto emblematica: la tecnologia in classe è fondamentale ma non implica necessariamente un miglioramento della performance scolastica.
È significativo il caso di alcuni asiatici come la Corea o il Giappone, dove il tempo di utilizzo di Internet a scuola è molto ridotto (intorno agli 11 minuti al giorno, contro una media Ocse di 41,9) ma i risultati degli allievi nei test di comprensione degli scritti su supporto elettronico sono tra i migliori; secondo posto per la Corea e quarto per il Giappone. Sicuramente un uso moderato delle tecnologie potrà portare anche a risultati migliori, ma al contrario, gli studi dimostrano addirittura che un uso troppo frequente implica un deterioramento della qualità delle prestazioni. Lo scenario non è chiarissimo e probabilmente ci sarà bisogno ancora di molto tempo prima di poter sentenziare al riguardo.

È interessante però acquisire, anche sulla base di questi studi, un occhio critico nei confronti dell’educazione dei nostri figli, evitando restrizioni anacronistiche ma insegnando un uso consapevole degli strumenti, che deve sempre essere accompagnato da un’istruzione su più livelli, che non escluda le tradizionali metodologie pedagogiche e la cura dell’insegnamento delle competenze di base. Quindi sì a computer in classe e accesso ai dispositivi: ma l’apprendimento deve passare attraverso molto altro. Per raggiungere una conoscenza profonda delle cose, grazie ad un livello di pensiero che ce lo consenta serve soprattutto quello che i ricercatori definiscono “human engagement”, ovvero il rapporto docente-allievo, quell’empatia costruttiva che non può essere sostituita dalla tecnologia ma che sicuramente può valorizzare e supportare dei buoni insegnanti.

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