August 5, 2014

Se tutto è disruptive, niente è dirompente

Economia

Sapete che sono legato ad Harvard: il mio percorso di studi è passato là e conservo gelosamente il ricordo di quell’ambiente accademico e della sua cultura East Coast. Proprio dall’Università arriva la storia che vi voglio raccontare oggi: con protagonisti due professori che fiorettano prima sulle pagine locali e poi sui grandi quotidiani, in una querelle che mi sembra molto attuale.

L’oggetto del contendere è la parola disruption, cuore della teoria economica sviluppata dal professor Clayton Christensen nel 1997: all’epoca con disruptive innovation, innovazione di rottura, si definiva l’ingresso nel mercato di un prodotto di fascia bassa che pian piano riusciva a scavalcare l’incumbent, ossia il leader di mercato. Oggi disruption è una parola estremamente di moda nell’ambiente dell’imprenditoria hi tech, perfino abusata, e se tutto è disruptive, nulla è davvero dirompente.

Il significato originario della parola si è perso, ma il termine si adatta alla perfezione al mondo di Internet e alla sua natura di terreno di coltura dell’innovazione. Un ritorno di fiamma contro questa parola quasi obliterata era prevedibile. Ma lasciamo ai professori di Harvard le disquisizioni teoriche. Non importa se il PC fosse meglio delle grandi macchine di IBM, conta che furono Gates e Jobs i primi a capire il nuovo mercato, e a soddisfarlo.

A volte i prodotti disruptive nascono già di qualità, altre volte su Internet non esiste nemmeno un mercato, lo si inventa. L’insegnamento di Christensen – con qualche critica e aggiornamento teorico – resta però valido: un’innovazione di sostegno non è sufficiente, specialmente in un mercato veloce come quello di oggi. Meglio essere disruptive: ma esserlo davvero.

Economia.

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