February 8, 2017

Scale, gradini e pianerottoli

Arte Contemporanea

Le Corbusier la definiva una “promenade architecturale” che serve a farci spostare di quota, ma che ci permette anche di vedere e guardare – soprattutto guardare – gli spazi da altezze diverse. Sto parlando della scala, quel susseguirsi e incontrarsi di gradini e pianerottoli che aggancia piani e dislivelli.

Questi collegamenti verticali, che io trovo a volte davvero affascinanti, hanno sempre rappresentato nelle diverse epoche un elemento di forte valenza architettonica, che può valorizzare e caratterizzare uno spazio.

Dai templi Maya alle piramidi in Messico o Guatemala per fare un balzo fino al Rinascimento… una su tutte? La celebre scala tripartita delle Biblioteca Laurenziana, con i suoi monumentali gradini centrali, e tutta quella pietra che ricorda un’immaginaria colata di materia viva, geniale invenzione di Michelangelo.

Faccio un salto lunghissimo in avanti, per segnalarne qualcuna, tra le mie preferite: la scala sospesa in pietra del negozio Olivetti di Carlo Scarpa a Venezia, che con i suoi gradini sfasati sale con rara eleganza al piano superiore. Lo stesso Scarpa la definì “piuttosto bella”, davvero una prova di quanto una scala possa non essere puro elemento di connessione ma vera opera plastica e artistica.

Altre due, mi sposto verso gli anni ’70: la scala di palazzo Itamaraty, che ospita la sede del Ministero degli esteri brasiliano, opera del grande architetto brasiliano Oscar Niemeyer. Una scala elicoidale autoportante costruita in cemento armato, senza balaustra. Una danza meravigliosa fluttuante, di cemento… non a caso Niemeyer venne definito “il poeta del cemento armato”.

Un’ultima scala, spostandomi a Nord: quella della sede della Banca Nazionale Danese a Copenaghen, di Arne Jacobsen. Un severo edificio cubico all’interno del quale, di fronte all’ingresso principale, spicca l’unico oggetto fisso nello spazio, un’esile scala scultorea in vetro e acciaio che, sospesa, sembra scomparire verso l’alto soffitto. Splendida.

Lo spunto mi è venuto leggendo un pezzo del giornalista Tom Vanderbilt sul’Economist che riflette sul ruolo della scala e su come questo sia cambiato nel 20° secolo passando sempre di più dalla sua valenza architettonica ad una più funzionale. Le scalinate sono state infatti sostituite dagli ascensori spesse volte, per migliorare l’accessibilità e la sicurezza. Stiamo assistendo però ad una rivalorizzazione di questo elemento, sottolinea Vanderbilt portando ad esempio la recente scala realizzata dallo studio Herzog & de Meuron’s nella nuova ala della Tate Modern, dove gli architetti hanno superato le regole di progettazione per promuovere lentezza e socialità, per fare in modo che quei gradini diventino un luogo d’incontro da attraversare lentamente e dove potersi fermare.

Anche alcune aziende stanno riscoprendo il valore delle scale che vengono collocate in posizioni centrali all’interno degli edifici, rendendole così luogo di scambio e dando loro una nuova dignità: non un elemento da nascondere ma da mettere in mostra e fare vivere. Paul Cocksedge ne ha progettata una all’interno degli uffici Ampersand di Londra. La prima scala vivente: una spirale alta dodici metri, quattro piani in acciaio e quercia bianca americana, la cui balaustra è circondata da quasi 600 piante che creano così una sorta di giardino fluttuante.
“Try doing that in an elevator”, chiosa Vanderbilt.

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