March 18, 2013

La forza della pacatezza

Filosofia

La forza della pacatezza - Il blog di Alessandro Benetton

Oggi sembra prevalere l’idea che per affermarsi occorra essere brillanti, estroversi, simpatici a ogni costo. Hanno successo le persone egocentriche, istrioniche, capaci di vendersi in modo sfrontato, e talvolta fuori luogo. La campagna elettorale appena conclusa, con le sue urla, le esagerazioni e i toni accesi, è stata l’ennesima dimostrazione di questa convinzione diffusa.

Personalmente, sono sempre stato dell’avviso opposto. Rispetto a un atteggiamento esibizionistico, infatti, ne ho sempre preferito uno più discreto, pacato, più basato sul dialogo, ma non per questo meno efficace.

Sembra pensarla così anche Susan Cain, che ha scritto Quiet. The Power of Introverts in a World that Can’t Stop Talking, di cui ho da poco letto una recensione. Secondo l’autrice, sono stati gli “introversi” a scrivere le pagine più importanti della storia. Isaac Newton, Albert Einstein, Chopin, Marcel Proust, ma anche Gandhi, Bill Gates, Madre Teresa: “giganti” che hanno cambiato il mondo, ma che nella vita sono stati, o sono ancora, persone tranquille e riservate, talvolta schive, addirittura goffe e impacciate.

Un’ovvietà, apparentemente. Eppure, forse a causa della spettacolarizzazione a tutti i costi cui siamo abituati, tendiamo a dimenticarci che il talento, il più delle volte, non si misura né con gli applausi né con le ovazioni. E che, di tanto in tanto, sarebbe salutare tornare a valutare le persone per quello che fanno, e non per quello che dicono.

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4 Responses to “La forza della pacatezza”

  1. Sonia says:

    Seguo stasera casualmente l’ intervista del Sig Alessandro Benetton a “le invasioni barbariche”, e mi soffermo ricordandomi di quella che ho seguito nel 2009, come la Bignardi stessa ha ricordato, nello stesso programma. Sono curiosa di ascoltare nuovamente quest’ uomo molto distinto e semplice, e sulla scia delle domande che la conduttrice anticipa, mi ritornano in mente molte cose di quella precedente intervista,. Mi ritorna in mente che Alessandro Benetton è il compagno, oggi marito della Deborah Compagnoni, che insieme hanno avuto due figli, che oggi sono diventati tre, che al tempo della prima intervista era ancora impegnato nella sua attività di imprenditore al di fuori dall’azienda di famiglia, che si è formato in America , ha la passione per gli sport estremi, ed altre cose, tra cui tre tatuaggi dedicati alle tre figlie. Oggi, Presidente della storica ‘azienda, si chiama in causa per offrire un collegamento generazionale tra il vecchio e il nuovo, e rifondare il futuro della Benetton sulla scia delle nuove sfide globali. La Bignardi incalza, con domande che carica di malizia promettendo ai telespettatori di essere la capricciosa scopritrice dei misteri e dei lati segreti di quest’uomo bello e gentile. Lui risponde, impeccabile, ma anche poco spaesato dai dribbling offertigli, sempre pronto a spostare il discorso e seguire il canovaccio dell’intervistatrice, con lo stesso aplomb e la stessa presenza sia che parli di economia, sia che parli della sua famiglia. Lo sguardo non perde mai la tenuta, le risposte seguono gli zig zag, anche quando lui vorrebbe fermarsi e approfondire un pensiero che gli preme, e che si percepisce scaturire da una esperienza viva. Non parla per luoghi comuni questo uomo, ci sta dicendo chi è attraverso poche e semplice cose, che a volerle cogliere dicono tanto, molto di piu’ di lunghi e roboanti discorsi. Come se l’intelligenza andasse a scegliere le parole uniche e possibili per raccontarci una verità. Come quando dice che gli elementi di discontinuità , nella vita, sono i momenti necessari di cui abbiamo bisogno perché al di là delle crisi che recano, sono salvifici, sono i mezzi di rigenerazione. O come quando ci dice di aver imparato a guardare alle cose in maniera laterale, perché solo vivendo e immaginando il futuro come vorremmo che fosse, è possibile iniziare un nuovo percorso. Cara Daria, lei avrà fatto la sua intervista, tracciando la rete in cui posizionare non le risposte del suo ospite, ma di piu’, o soltano le sue magre proiezioni. Ma il Signor Benetton ci ha detto che vedere scritto il suo nome sui muri di tutti il mondo non ha mai creato in lui una meta- immagine di se stesso. Il suo pensiero è sempre andato alle vetrine che voleva perfettamente pulite e poi, chiudendo l’ inciso, dice: mi sono reso conto che questo modo di essere per me è stata una fortuna. In questa frase, a saperlo vedere, c’è un mondo. Condivido Sig. Benetton, essere equivale a limitare le sovrastrutture, e a volte un nome impegnativo come il suo può fare piu’ male che bene, se lo si usa per riempire , da solo, la propria identità. Forse alla Sig.ra Bignardi sembra impossibile che per essere veramente grandi, bisogna essere straordinariamente umili.

  2. Giuliana says:

    Mi permetto di commentare con post che ho scritto stamattina legato al mio ambito, la progettazione, che, pur legato alla disciplina, pur apparentemente fuori tema, condivide la Vostra posizione.

    SEMPLICITA’. Quante volte pronunciamo questa parola! Stanchi di una esuberanza a volte soffocante. Non banalizziamo però il concetto stesso; non confondiamo la chiarezza e la pulizia di un risultato con l’insignificante scelta del compromesso, la scelta della “NON SCELTA”. Ogni progetto che persegue la semplicità, persegue comunque un’obiettivo, e diventa tanto più efficace quanto più risponde ad un obiettivo ben chiaro fin dall’inizio. La semplicità nasce quindi da un SEMPLICE e sincero confronto costruttivo, dal coraggio e dalla voglia di selezionare e decidere, decidere a volte per il “poco”, l’impercettibile, l’impalpabile.

    • Giuliana M. says:

      Giuliana, bisognerebbe spiegarlo, almeno in italia, a un saco di gente.
      Agli scrittori, che sembrano divertirsi a prendere ogni singola parla di ogni singola faase per sosttuirl con il suo sinonimo più astruso..
      Ai professori, che sembrano pensare che più i libri di testo siano astrusi ed incomprensibili più carriera aranno destinati a fare…
      Agli silisti, tanto presi dallo sfogo della craatività da dimenticare che le loro creraziono dovrebbero avere tra le caratteristchedi pter essere indossate…
      ai cuochi, che dimenticano che le lore creazioni oltre ad essere guardate andrebbero anche mangiate…..
      Il tutto, generalmente, con risultati aghiaccianti!

  3. Giacomo says:

    Viviamo nella civiltà dell’immagine, dove conta più apparire che essere. Un’epoca in cui al progresso scientifico e tecnologico fa da contraltare una profonda regressione culturale, checchè se ne dica. Non importa quel che si dice, importa come lo si dice, meglio se urlando. La persona misurata ed equilibrata fa la figura del debole, del perdente, se non addirittura del bisognoso di assistenza psicologica.. Tutto ciò- mi si perdoni la ripetizione tautologica- è a mio avviso riconducibile, almeno in parte, al deprezzamento, alla dequalificazione del fattore culturale… Ma è un discorso troppo vasto, non condensabile in poche battute…

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