December 19, 2011

Attenti a non snobbare il lavoro

Economia

Un amico, molto appassionato di tutto ciò che è inglese, mi ha raccomandato di guardare Downton Abbey, la serie tv più vista e più costosa della storia della televisione inglese, ora giunta anche da noi. “Io non posso più farne a meno”, mi ha detto fra il serio e il faceto.

Mi sono informato: è, in effetti, una produzione impeccabile, ambientata negli anni ’20, sceneggiata da Julian Fellowes, premio Oscar per Gosford Park. Tuttavia non garantisco che, la domenica sera, seguirò fedelmente il consiglio del caro amico.

La segnalazione, però, si è rivelata utile lo stesso quando, leggendo l’edizione online dell’Economist, mi è saltato all’occhio un articolo che – partendo proprio dallo sceneggiato inglese – traccia un serissimo spaccato sul modo in cui il lavoro viene visto in Europa.
Qual è il legame? L’atteggiamento snob con cui i nobili inglesi guardavano al lavoro produttivo a inizio secolo, è la tesi dell’articolo, in fondo non è affatto svanito: al contrario, si è trasferito dall’aristocrazia ad altre élites.

Cito: “L’intellighenzia che popola le università europee e fornisce il personale al settore pubblico ha una tendenza a disprezzare gli uomini d’affari che generano la ricchezza necessaria a sostenere il loro tenore di vita”.

L’articolo dell’Economist è volutamente provocatorio, ma non superficiale. Cita l’antica Roma, che delegava il lavoro agli schiavi, il Medioevo, durante il quale commercio e finanza erano attentamente confinati a precisi gruppi sociali o addirittura religiosi (gli Ebrei). E non abbiamo anche noi, spesso, la sensazione di vivere in un mondo dominato dalla burocrazia, nel quale lavorare “normalmente” non sia affatto “normale”, bensì il fortunoso punto di arrivo di una serie di adempimenti al limite del kafkiano?

E adesso? Attenzione, dice l’articolista, perché ora il centro del palcoscenico è occupato da forze nuove, segnatamente i Paesi asiatici, “molto meno snob di noi nel guardare al lavoro: un’area dove la gente è pronta a lavorare duramente e business non è una parolaccia”, conclude icasticamente l’autore.

Vero? Esagerato? Difficile dirlo. Quello che mi colpisce, in conclusione, è quanto il vero tema cruciale di questa fase storica così incerta sia proprio il lavoro. È il lavoro che ci dà un’identità, che ci ha permesso di progredire, di creare un welfare che oggi – malgrado tutto – ci protegge. Sarà il lavoro e il senso che vorremo dargli – nel bene o nel male – a stabilire come usciremo da questa difficile transizione.

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